Vittorio Sgarbi

E’ ancestrale la parentela fra l’arte e la scrittura, intesa come materialità dello scrivere prima ancora che come suo contenuto, tanto più nella sua modalità ritenuta tradizionalmente la più nobile, la letteratura. Basti pensare alla natura figurata, prima pittografica, a cercare la corrispondenza fra cosa e segno, poi ideografica, quando é il concetto a dover essere espresso, che caratterizza gli esordi della scrittura, secondo una linea di continuità che nella storia della civiltà universale congiunge l’Antico Egitto all’attuale Cina, dove ancora si comunica per ideogrammi. La svolta, nell’evoluzione della scrittura, é quando il fuoco si sposta dalla vista al suono, dispensandola dalla necessità che condivideva maggiormente con l’arte, la rappresentazione del mondo. Di qui, una divaricazione di intenti che si é protratta nel tempo fino a quando l’arte, o almeno quella riconosciutasi nell’Avanguardia, si é rimessa sullo stesso piano della scrittura, rinnegando il fine rappresentativo. Dopo Cy Twombly, per il quale la scrittura manuale, spesso asemantica (priva, cioé, di significati verbali), diventa motivo di specifica riflessione informale, Joseph Kosuth spinge il suo Concettualismo a oltrepassare le colonne d’Ercole dell’arte, cercando nella scrittura la negazione di ogni sua velleità estetica.

Come si pone, rispetto a questi precedenti ineludibili, l’arte “neo-amanuensista” di Ivan Cangelosi, strabiliante nel congegnare immagini perfettamente figurate attraverso la trascrizione manuale di interi capolavori della letteratura, così come capiterebbe in un arazzo? In modo non solo manualmente, ma anche intellettualmente sottile: la scrittura non può essere solo forma, come vorrebbe Twombly, né solo contenuto, come vorrebbe Kosuth, perché possiede una forma, e ogni forma, ci ha dimostrato proprio l’Avanguardia, é estetizzabile. La conciliazione che Cangelosi propone, allora, sottopone le prerogative della testualità letteraria al rispetto di altre testualità con cui convivere, quelle artistiche della figurazione, a sua volta orientate secondo altri testi mentali, altre finalità simboliche da soddisfare. L’opera di Ivan Cangelosi è dunque innovativa, essenziale nel suo linguaggio complesso. Egli appare infatti capace di cogliere l’essenza più profonda che si cela dietro un pensiero. Tutto si crea, si disfa e si ricrea, senza che fra il prima e il dopo vi sia una consequenzialità diretta. Tutto varia, all’infinito, anche se non in modo caotico, sottoposto a un’unità di metodo che aspira a far diventare il perenne divenire. Un’operazione di grande abilità linguistica, per di più ancora aperta a infiniti sviluppi (per esempio la composizione non figurativa, o l’applicabilità sui supporti più svariati, dall’architettura al corpo umano): li attendiamo con impazienza.

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